Gubbio corre in salita da nove secoli

Gubbio corre in salita da nove secoli

Il 7 e l’8 novembre arriva in città la Spartan Race, la più grande corsa a ostacoli del mondo: cinquemila persone da mezza Europa, un muro di legno ogni trecento metri e la salita alla Rocca di Sant’Ubaldo. Per chi non l’ha mai sentita nominare, e per chi pensa che non c’entri niente con l’Umbria.

Un concorrente porta in spalla l'atlas stone sulla spiaggia
Il trasporto dell’atlas stone: la palla di cemento va portata lungo un percorso segnato e riposata dentro il cerchio. Spartan Misano, settembre 2026.

Immaginate una corsa in cui il cronometro conta, ma non è tutto. Si parte in gruppo, si corre su sterrato e dentro il bosco, e ogni poche centinaia di metri la strada si interrompe. Un muro di legno da scavalcare. Una fune da salire a braccia. Un sacco di sabbia da portare in spalla su per un pendio e riportare giù. Una rete di filo spinato sotto la quale si striscia nel fango, perché abbassarsi non basta. Un giavellotto da piantare in un bersaglio di paglia dopo dieci chilometri di gambe.

Chi non riesce a superare un ostacolo non viene squalificato e non lo aggira: paga. Trenta burpees — a terra, petto a toccare, in piedi, salto — e poi riprende a correre. Per chi gareggia nelle categorie competitive la penalità è diventata un giro supplementare, e nel giro di pochi mesi la cosa ha prodotto, fra gli appassionati, lo stesso genere di discussione che fra i tifosi produce il VAR.

L'A-frame cargo netLo slip wall, la parete inclinata con le corde
A sinistra l’A-frame cargo net, a destra lo slip wall: due modi diversi di restare dall’altra parte. Chi non passa paga trenta burpees.

Si chiama obstacle course racing, corsa a ostacoli, e il marchio più grande del mondo si chiama Spartan.

Da dove viene

Nasce negli Stati Uniti dall’esperienza della Death Race, una prova di resistenza di quarantotto ore inventata da Joe De Sena, operatore finanziario di New York trasferitosi in Vermont dopo una corsa invernale in Québec andata molto male. Il primo evento ufficiale è del 2010: cinquecento partenti in un centro outdoor di Williston. Oggi la società dichiara più di duecento gare l’anno in oltre trenta paesi e più di un milione di partecipanti. Sono numeri aziendali, nessuno li certifica, ma l’ordine di grandezza è quello: in Italia la finale di settembre, a Misano, ha visto oltre seimila iscritti da più di quarantacinque nazioni.

I formati sono tre, più le varianti. Sprint: cinque chilometri, venti ostacoli. Super: dieci chilometri, venticinque ostacoli. Beast: ventuno chilometri, trenta ostacoli. Sopra c’è la Ultra — cinquanta chilometri e sessanta ostacoli — e sotto le Stadion, che si corrono dentro gli stadi. Completare Sprint, Super e Beast nella stessa stagione vale la Trifecta, che in questo mondo è l’unico trofeo che conti davvero: dal 2026 la medaglia è diventata modulare, a tessere esagonali che si incastrano l’una nell’altra man mano che si sale di livello. Un’idea da collezionisti, e funziona: nessuno smette.

Poi ci sono i Kids, e non sono un contorno. Un chilometro dai quattro ai sei anni, un chilometro e mezzo dai sette ai nove, tre chilometri dai dieci ai quattordici. Non serve essere allenati, non serve essere coraggiosi: nel materiale ufficiale c’è scritto che quelle due cose arrivano dopo, ed è una frase che in un depliant sportivo di solito non si legge.

Lo spirito, che è la parte difficile da spiegare

A settembre, alla tappa di Misano, ho intervistato Elisabetta Mannarino, venticinque Spartan all’attivo, la prima proprio lì cinque anni fa, da allora almeno cinque gare l’anno.

Le ho chiesto se ci fosse stato, quella mattina, il momento in cui si dice non ce la faccio. Mi ha risposto che quel giorno era andata liscia, ma che in altre gare quel momento arriva, e arriva prima della fatica: arriva quando vedi l’ostacolo. Quello che l’aveva colpita era una struttura con l’acqua, dove dopo dieci chilometri appoggi il piede con tutta la forza che ti rimane e la combinazione di legno bagnato e gamba stanca ti restituisce tutto indietro insieme.

Poi le ho chiesto che cosa fosse venuta a dimostrare, e a chi. «Un tempo migliore dell’anno scorso.» Le ho fatto notare che venti secondi sono venti secondi. Mi ha corretto: «Per toglierti venti secondi non ci sono venti secondi di allenamento, c’è un anno intero». È la frase che mi sono portato a casa.

Un atleta lancia il giavellotto nello spear throw
Lo spear throw: una sola lancia, un solo tiro. È l’ostacolo che in tutta la gara fa fare il maggior numero di burpees.

L’ostacolo più duro fisicamente e quello più duro mentalmente, le ho chiesto, aspettandomi due risposte diverse. È lo stesso: il giavellotto. L’ha sbagliato. E non le pesa il braccio, le pesa la penalità: sapere di aver lasciato qualcosa per strada in una giornata preparata per un anno. Quando le ho chiesto quale fotogramma si porterebbe via, se potesse fermarne uno, ne ha detti due: l’asta piantata dritta nel bersaglio e i compagni di squadra sul traguardo.

Sulla medaglia che mettono al collo all’arrivo le ho detto una cosa che pensavo fosse una banalità: che non te la mettono loro, te la prendi tu. Mi ha dato ragione senza esitare. La prima Spartan, dice, è stata una realizzazione — non per il tempo, ma per aver visto fino a dove arrivava.

E infine le ho chiesto la cosa che da fuori non si capisce: se durante la gara ci si fermi ad aiutare chi resta indietro. Mi ha spiegato che ognuno corre per sé — è una competizione, non una passeggiata — ma che se vedi qualcuno in difficoltà, soprattutto se lo conosci, ti fermi. Punto. Succede anche fra i ragazzini: davanti a un muro inclinato più alto di loro, invece di aggirarlo si spingono su a vicenda. Non glielo insegna nessuno quella mattina: lo hanno visto fare ai genitori il giorno prima.

In quasi tutti gli sport che conosco, arrivare primi significa arrivare prima degli altri. Qui no. Qui la classifica esiste, è seria, ci sono professionisti e circuiti internazionali, e però il traguardo è pieno di gente stanca che aspetta qualcun altro. Chiunque abbia provato a spiegarlo a chi non c’è mai stato sa che è il punto in cui la spiegazione fallisce. Bisogna andarci.

L'alba sulla spiaggia di Misano Adriatico vista dall'alto
L’alba su Misano Adriatico, poche ore prima della partenza.

Il percorso eugubino, e che cosa attraversa

Ed eccoci al punto per cui di tutto questo scrive un giornale umbro. Il 7 e l’8 novembre la Spartan arriva a Gubbio per la quarta volta, e il percorso eugubino non è un percorso qualunque: chi lo ha corso lo mette fra i preferiti d’Italia, e il motivo non è solo tecnico.

Si parte e si arriva al parco del Teatro Romano, primo secolo avanti Cristo, uno dei più grandi conservati. In mezzo ci sono il centro storico, i sentieri, la gola del Bottaccione e la salita alla Rocca di Sant’Ubaldo sul monte Ingino: ottocentonovantuno metri di dislivello per chi corre la Beast, che tradotto significa una gara dura sul serio, non un percorso vita con il fango.

Vale la pena dire che cosa attraversano, quei chilometri.

La gola del Bottaccione è una parete di calcare fra il monte Foce e il monte Ingino. Alla fine degli anni Settanta il geologo Walter Alvarez vi individuò, in un sottile strato di argilla, una concentrazione di iridio trenta volte superiore al normale: è la firma dell’asteroide che chiuse l’era dei dinosauri, e da quella parete umbra è partita una delle ipotesi scientifiche più discusse e più celebri del Novecento. Qualche metro più in basso, nello stesso affioramento, c’è il livello scoperto a fine Ottocento da Guido Bonarelli, che racconta un’altra crisi del pianeta, novantaquattro milioni di anni fa. Chi corre quella salita passa accanto al giorno in cui finì un mondo, e quasi sempre non lo sa.

Sopra, la Rocca e la basilica di Sant’Ubaldo. E qui bisogna dire la cosa più importante di tutte, quella che a un eugubino non serve spiegare e a tutti gli altri sì: Gubbio quella salita la corre già, e la corre da prima che esistessero le nazioni europee.

Ogni 15 maggio, dal 1160, tre macchine di legno alte più di quattro metri e pesanti quattro quintali vengono portate di corsa, a spalla, dal centro della città fino alla basilica sulla cima dell’Ingino. Sono i Ceri di Sant’Ubaldo, San Giorgio e Sant’Antonio. Quattro chilometri e trecento metri, quasi tutti in salita, quattrocento chili per cero, decine di uomini che si danno il cambio senza che la corsa si fermi mai. Dal 2013 la festa è nelle liste Unesco del patrimonio immateriale. Non è una rievocazione in costume: è una cosa che la città fa, e che la città è.

Messa accanto ai Ceri, una corsa a ostacoli americana arrivata nel 2023 non è un corpo estraneo calato dall’alto. È la stessa domanda, posta con altri mezzi: quanto pesa quella montagna, e che cosa sei disposto a portarci su. A ottocentocinquanta anni di distanza, con il pettorale e il cronometro invece dei ceraioli, migliaia di persone da mezza Europa vengono a farsi la medesima domanda. Un eugubino che si è fatto valere su quel percorso c’è, e si chiama Manuel Moriconi: ha vinto la Beast nella prima edizione e la Super nel 2025, in casa propria.

Come funziona, in pratica

Si corre sabato 7 e domenica 8 novembre, con partenza e arrivo al parco del Teatro Romano. Sabato la Beast, la Sprint e la gara dei ragazzi; domenica la Super e un’altra Sprint. Chi vuole la Trifecta può chiuderla nello stesso fine settimana, che è una scelta per gente con le idee molto chiare. Le prime edizioni hanno portato in città oltre cinquemila atleti da ventiquattro paesi; l’anno scorso quattromiladuecento, più gli accompagnatori, che di solito raddoppiano la cifra.

Le mani di un volontario reggono il giavellotto dietro la linea di tiro
Dietro la linea dello spear throw, dalla parte dei volontari.

Si può anche non correre e starci dentro lo stesso: Spartan apre ogni gara al volontariato, con turni che si prenotano online, una maglia, il pranzo e un credito per una gara futura. A un mese dall’appuntamento, per Gubbio, i turni risultano già tutti esauriti. Chi scrive, a Misano, era fra quelli, assegnato alla corsa dei ragazzi: è il modo migliore che conosco per capire di che cosa si sta parlando senza pagare l’iscrizione.

Resta da dire la cosa meno simpatica, perché il servizio è anche questo. Nell’edizione dell’aprile 2025 la viabilità verso Sant’Ubaldo andò in difficoltà, in una domenica delle Palme, senza segnaletica adeguata e con gli ascensori pubblici chiusi senza avviso: la stampa locale fu severa, e aveva ragione. Un evento che porta cinquemila persone in una città di trentamila abitanti o viene gestito davvero, fin nei dettagli noiosi, oppure si trasforma in un dispetto a chi in centro ci vive tutto l’anno. Chi ha a cuore la gara — e queste righe l’hanno a cuore — dovrebbe essere il primo a chiederlo.

Una nota, per scrupolo

Nel calendario italiano 2027 finora pubblicato da Spartan compaiono Orte, Belluno e Misano. Di Gubbio, per ora, non c’è traccia. Va detto che quei calendari si completano in corso d’anno e che nessuno ha annunciato nulla, quindi è presto per trarne conclusioni; va detto anche che la gara di quest’anno è stata spostata da aprile a novembre e che nel 2026 non fa più parte del circuito nazionale. Sono domande da porre a chi amministra e a chi organizza, e chi scrive le ha già poste. Le risposte, quando arriveranno, meritano un articolo loro.

Il 7 e l’8 novembre, in ogni caso, si corre. Andate a vedere, magari dal Bottaccione, dove la strada sale e la gente comincia a non parlare più: quella salita, a Gubbio, la conoscono bene.

Fiorenzo Nucciarelli

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