daimòn · sport e territorio · ottobre 2026
L’uomo che non è pari a nessuno
L’arbitro di baseball Enrico Ardissone ha chiuso la carriera dopo vent’anni dietro la maschera

Un anno dopo, alla sagra di Capanne
Perché questo articolo esce con undici mesi di ritardo, e perché nel frattempo è diventato un’altra storia
Sagra di Capanne, settembre. Lumache, umbricelli alla capannese, vino a fiumi e una tavolata che ride troppo forte per l’età media che ha. Ci ritroviamo qui una volta l’anno, ormai: io, Lucio, Giulio, il Tacco, Rocco e il Giana. Ci chiamiamo i Balordi da quando eravamo ragazzi, e il nome ce lo ha regalato Rocky: c’è quella scena in cui vieta al figlio di frequentare una certa compagnia rumorosa — «non li devi devi frequentare, quelli sono dei balordi» — e per un gruppo di ragazzini irrequieti che venivano chi dai graffiti, chi dallo skate, chi dal reggae, chi dal punk hardcore, chi dall’hip hop, è stato come servircelo su un piatto d’argento. Da quel giorno eravamo i Balordi.
Chi per talento, chi per tenacia, chi più chi meno, ce l’abbiamo fatta tutti a sceglierla e a percorrerla, la nostra strada. Lucio adesso vive a Mosca; ai tempi passava a prendermi in moto per andare all’Alessi, e il pomeriggio si provava con gli M4C, il nostro gruppo punk. Rocco è sempre in giro, da Seoul ad Amsterdam a Monte Malbe, dove ci si ritrovava nelle notti lunghissime a base di Football Manager e sigarettuncole. Il Giana sta a Praga, e alle prove degli M4C si piazzava in un angolo a fare i gesti del direttore d’orchestra punk. Giulio si muove fra vini, residenze turistiche, agricoltura e consolle reggae: il giorno in cui l’ho conosciuto teneva un megafono in mano e guidava la più grande manifestazione che Perugia ricordi, quella del movimento studentesco e delle associazioni contro la guerra del Golfo. La prima, purtroppo per la mia carta d’identità: non le altre quarantasette venute dopo. Con lui e con Rocco mi sono appassionato alla graffiti art, e con Giulio abbiamo dipinto FREE VECCE, un pezzo antiproibizionista.
Manca sempre qualcuno dei Balordi e dei M4C. Manca Ludo, il bassista, manca il Grigio, la chitarra, che però lo vedo spesso all’Eni Café di via XX Settembre, dal Silvan, a fare birrette. E manca il Galma, che è nostro fratello: artista poliedrico come Rocco, con cui per anni è stato partner in crime ad Amsterdam, dove in due hanno inondato di bellezza il mondo.
E poi c’è il Tacco, che è il motivo per cui esiste l’articolo che state per leggere.
Il Tacco è un artista e grafico 3D come non ne trovate in giro, è stato il nostro batterista negli M4C, ha avuto una band hip hop con Rocco e il Galma, produce tracce da una vita — anche per gente che adoro, come Aban, con cui nei primi Duemila aveva messo su il Thug Team. E a cinquant’anni suonati faceva il ricevitore del Perugia Baseball.
Per quel motivo, l’estate scorsa ci siamo visti quasi ogni settimana: andavo al Percorso Verde a vedere lui e il Bigio giocare, e prima di allora al campo non ci avevo mai messo piede. Ho trovato un diamante in mezzo alla pineta e una squadra in cui c’era gente dai diciassette ai sessantotto anni, sullo stesso terreno, a darsi del tu senza che nessuno facesse pesare niente a nessuno. Non so quanti altri sport, in Italia, possano dire una cosa del genere. Poi il Tacco mi ha detto la frase da cui è nato tutto — «vieni domenica, è l’ultima partita dell’arbitro» — e il resto lo trovate qui sotto.
La serata comincia come sempre: i primi aperitivi, lo scontrino della cassa del ristorante della sagra stretto in mano come un biglietto d’ingresso. E quando ti rivedi con i fratelli dopo un po’, in fondo cerchi una cosa sola: rassicurarti, dai loro racconti, che siano felici. Come allora. Perché li ami, certo; ma anche perché ti aiuta a pensare di essere felice pure tu, e nelle volte in cui non lo sei almeno puoi dirti: dai, almeno a lui va bene. È questa l’amicizia, no? È questo pensare a un amico come a un fratello.
A Capanne, fra una lumaca e l’altra, gli ho fatto la domanda più normale del mondo: quando ricomincia il campionato?
«Quest’anno non ci siamo iscritti. Non eravamo abbastanza.»
Ecco. Perugia, che negli anni d’oro aveva cinque squadre di baseball. Perugia, dove l’anno scorso sono andato a vedere anche i play off. Perugia non ha più una squadra di baseball. Zero. Il campo del Percorso Verde è ancora lì, la terra rossa pure, ma non c’è più nessuno a rastrellarla la domenica mattina.
E allora la mente vola all’estate del 2025, alla mia prima partita di baseball, al giorno in cui Enrico Ardissone ha arbitrato la sua ultima partita. Undici mesi e nel frattempo è successa l’unica cosa che poteva cambiargli il senso: non era l’addio di un arbitro, era l’ultima partita e basta. L’arbitro, il non-pari si è tolto la maschera e dopo di lui, per ora, non è entrato più nessuno.
Leggetelo sapendo come va a finire. Fa un altro effetto.

L’uomo che non è pari a nessuno
L’arbitro di baseball Enrico Ardissone ha chiuso la carriera dopo vent’anni dietro la maschera
Fiorenzo Nucciarelli
Maggio 2025: capito per caso nel sito o nel profilo Facebook del Perugia Baseball e mi rendo conto che il Tacco e il Bigio, miei amici da una vita, tra sala prove, concerti e scorribande del sabato sera, hanno ripreso a giocare… alla soglia dei 50. Chiamo subito il Tacco per complimentarmi per la mattata e per chiedergli quale sarebbe stata la partita da vedere… Mi aspettavo un derby, una finale, non so… Mi ha risposto con un tono di quasi eccitazione che non gli avevo sentito solo in rare e preziose occasioni: “Vieni domenica, assolutamente. È l’ultima partita dell’arbitro che ci segue da vent’anni”.
Fermiamoci qui, perché in quella frase c’è già tutto. Fate la stessa domanda a un tifoso di calcio, di basket, di qualunque sport che abbia un ufficio stampa: nessuno, in nessun bar d’Italia, vi risponderà che dovete assolutamente esserci perché smette l’arbitro. Negli sport di massa l’arbitro esiste solo al negativo, come una malattia stagionale: se ne parla quando fa danni. Qui era il motivo dell’invito. Anche il Bigio qualche tempo dopo mi dà le stesse sensazioni.
Così a metà luglio sono andato. Perugia-Firenze, serie C. Il risultato non lo scrivo, e non perché me lo sia dimenticato: quel giorno non era quello il punto, e chi c’era lo sa.
Il campo, la signora, la domanda
Un campo da baseball di provincia, al Percorso Verde… la domenica pomeriggio, non somiglia a niente altro. Niente musica, niente speaker, niente biglietto: una rete alta, un diamante di terra rossastra rastrellata da qualcuno che si è alzato presto, e un silenzio in cui i giocatori si chiamano per nome. Sugli spalti – spalti che sono un prato in mezzo alla pineta, con sedie da giardino che ognuno si porta da casa – trenta persone. Fra queste, in disparte, una donna che guardava la partita come non si guarda una partita di serie C: con le braccia conserte e gli occhi lucidi. Non la conoscevo. Mi sono avvicinato e le ho detto: “Lei è la moglie dell’arbitro, vero?”. Siamo scoppiati a ridere tutti e due, ma con gli occhi bagnati.
Nonper: un uomo che non è pari
Prima di arrivare a Enrico, concedetemi una digressione, che è il vizio che chi mi frequenta mi perdona da anni. La parola inglese umpire (arbitro, anche detto referee) nasce da un equivoco. Viene dall’antico francese nonper: non più per, non pari, non uguale. Il terzo, il dispari, quello che non è pari a nessuna delle due parti in causa e proprio per questo può decidere. E nel baseball, unico caso, il non-pari non sta a bordo campo: sta dentro il gioco. L’arbitro capo è accovacciato dietro il ricevitore (catcher), a pochi centimetri dalla mazza, nell’unico metro quadro del pianeta dove passano tutte le palle della partita. Non giudica il gioco da fuori: lo prende addosso.
Ivrea, i papà davanti a scuola, ventidue anni
Enrico Ardissone è piemontese, di Ivrea: la città di Olivetti, della fabbrica che voleva essere comunità. Arriva in Umbria e la prima cosa che fa è chiedere agli altri genitori, davanti alla scuola delle figlie: cosa fate di sport, qui? Gli hanno risposto baseball. Che allora voleva dire cinque squadre. Oggi ne è rimasta una.
“Giocavi, prima di arbitrare?”, gli chiedo. “Pochissimo. Ho cominciato ventidue anni fa a giocare con gli amatori, poi è arrivato il presidente federale e mi ha chiesto se volevo fare l’arbitro, perché le squadre devono fornirli. Dopo un anno e mezzo ero arbitro. Ho cominciato e non ho più smesso. Anzi, ho smesso oggi”.
“Cosa vuol dire vent’anni di arbitraggio in Umbria?” “Per chi non è del mondo: un arbitro che dura vent’anni in Umbria è tanta roba. Ma non perché sono io: perché non c’è movimento. Quando ho cominciato c’erano cinque squadre, adesso ce n’è rimasta una sola, e questo crea tristezza in chi ama questo sport. Però ho dei validi sostituti: quest’anno ho fatto il corso e me li sono creati io, visto che sono anche istruttore regionale. Quindi il baseball continua”.
“Qual è stata la prima partita che hai arbitrato?”
“A Spoleto, vent’anni fa. Un campo farlocco. L’allenatore dello Spoleto era un mio carissimo amico: entro in campo, comincio a parlare e lui mi dà del lei. Gli dico: “Paolo, sono Enrico”. E lui: “Sì, ma adesso lei è l’arbitro”.
Nel calcio l’amicizia con l’arbitro è un sospetto; qui il lei è un rispetto che due amici si concedono per due ore, sapendo che la sera torneranno a darsi del tu davanti a una birra.
Il club del 118
C’è un dettaglio che da solo vale il viaggio. In qualche spezzone di partita Perugia schiera una coppia pitcher–catcher ormai diventata famosa nel mondo del baseball: Il ricevitore, il Tacco, e il lanciatore, Daniele Peccianti, sommano fra loro centodiciotto anni: al Perugia li chiamano così, il club del 118, con la battuta pronta sulla probabilità di soccorrerli. Aggiungete i cinquantanove di Enrico e capirete cosa è successo in quel metro quadro per tutto il pomeriggio: centosettantasette anni di uomini accucciati uno dietro l’altro e uno che li guarda e bombarda da lontano, la palla che parte, le ginocchia che protestano, nessuno che si lamenti. Non è folclore: è la fotografia esatta di uno sport senza ricambio, che si tiene in piedi con i corpi di chi non ha nessuna intenzione di mollare.
Gliel’ho chiesto citando il Bigio e il Tacco, che me l’avevano raccontata come si racconta una leggenda di famiglia. “Sì, sì – ride Enrico – insieme fanno 118 anni: mettici i miei 59 e sai che cosa esce. Perché io sto in mezzo ai successi e delle imprecazioni di lanciatore e ricevitore, hai capito?”.

Il gioco meraviglioso
“Perché uno resta vent’anni in uno sport povero, pochi campi, poche luci?” – “Perché è un gioco troppo bello. Lo chiamano Mgdb, il meraviglioso gioco del baseball, e c’è un motivo: se non lo si conosce non si capisce, ma chi lo conosce lo adora. C’è tattica, c’è atletismo, c’è tecnica, c’è fortuna, c’è sfortuna. C’è di tutto”.
“C’è mai stato un momento in cui hai pensato: chi me lo fa fare?”
“Anni fa. Penso di aver ricevuto diecimila insulti al minuto: un campo dove si credono dei padreterni. L’unico dove sono dovuto uscire forzando l’uscita, perché mi avevano buttato davanti un carrello con le palline per impedirmi di passare. E senza nessun motivo, perché avevano perso di quindici punti: c’era poco da piagne. Ho detto: vabbè. Però la passione non è mai scemata”.
“E la partita perfetta?”
“Macerata, serie B, con il mio maestro, Renato Testi di Arezzo: in B si arbitra in due. Due a uno al dodicesimo inning. Non abbiamo sbagliato assolutamente niente. Una tensione mostruosa. È stata la più bella della mia carriera”.
Due a uno al dodicesimo. Il baseball non ha orologio: finisce quando finisce, e nessuno può salvarsi con il fischio. Dodici riprese in due, senza sbagliare niente: una prova di fondo.
Elio, Faso e gli indiani
A un certo punto l’intervista è diventata una conversazione fra tifosi. Lui Atlanta Braves, io Boston: la stessa storia di notti bianche e di lunedì mattina al lavoro con gli stuzzicadenti a tenere aperti gli occhi. “In coma profondo – dice – ma me le guardavo”.
Segue le telecronache di Elio e Faso, i due delle Storie Tese che in Italia hanno raccontato la MLB in tv e hanno fatto dell’Mgdb quasi un manifesto: il meraviglioso gioco del baseball è di tutti. “Sono amici, li ho conosciuti al torneo delle regioni”. Al baseball ci è arrivato grazie a un film comico sulla squadra più scassata del mondo, Major League; poi ha arbitrato softball, Baseball5 e soprattutto il baseball per ciechi, la Mole’s Cup, torneo internazionale dove l’Italia è la nazione da battere. Vent’anni a chiamare palle e strike.
“Tutti i campi sono accoglienti, non ce n’è nessuno che non lo sia. Il baseball è una grande famiglia che diminuisce piano piano perché non c’è ricambio. Però è una famiglia”.
L’ultimo lancio
L’ultimo lancio della sua vita da arbitro Enrico lo sapeva già. “Ero un po’ emozionato”. Trecentocinquantuno partite. “Che sono poche, per un arbitro. Però in Umbria questo è quello che puoi fare”.
Alla fine mi sono girato verso la sua famiglia, quella signora in disparte e la figlia.
“Signora, cosa gli dice a Enrico, oggi?”
“Che sono contenta dell’esperienza che ha fatto, e che la porta nel cuore”.
“E tu?”
“Che l’ho visto molto dispiaciuto, ma anche molto contento di tutto il percorso fatto. E che sicuramente non smetterà”.
“E che lui non smetterà mai”, ha aggiunto la moglie, ridendo.
Lui, alla stessa domanda, aveva risposto così: “Dico solo che mi ha rotto le scatole, perché a lei non piace neanche la S di sport. Però mi ha consentito di farlo. E quindi va bene. Sono contento, grazie”. Non conosco un modo più esatto di dire vent’anni di domeniche.
Il consiglio che Enrico lascia ai ragazzi che pensano di fare gli arbitri, invece, è di una sobrietà quasi commovente: “È troppo divertente. C’è rispetto, c’è divertimento. Rimani nel baseball senza ammazzarti di fatica, e guadagni pure qualche euro: non tanto, ma qualcosa. Se uno ama questo mondo e, come me, non ha più l’età per giocare a livelli decenti, lo consiglio vivamente”.
Nessuna retorica, nessun grazie di tutto capitano. Un uomo che se ne va lasciando dietro di sé gli arbitri che ha formato lui, in una città dove le squadre sono passate da cinque a una: che è, se ci pensate, l’unica forma di vittoria disponibile.
Il non-pari, l’uomo che non è uguale a nessuna delle due parti, si è tolto la maschera. Sugli spalti una signora piangeva. E nessuno, per una volta, ha fischiato l’arbitro.

